domenica 30 giugno 2019

DOLLARI, SUDORE E SANGUE


C’è un fondo agricolo, in quel di Lago, che i fratelli Antonio e Giuseppe Porco vorrebbero acquistare. Il prezzo è fissato in 300.000 lire e ai fratelli Porco mancano una cinquantina di migliaia di lire per coronare il loro sogno. Che fare? L’unica strada percorribile è chiedere la somma mancante in prestito al loro zio affine Giuseppe Naccarato. È il 1929.
Bisogna, prima di raccontare la storia, sapere che Antonio Porco vive a Lago, suo fratello Giuseppe è emigrato a New York da qualche anno e lo zio Giuseppe Naccarato ha prima, dal 1899, sputato sangue e sudore nelle miniere di rame e di oro in Arizona ed ora ha messo su un bisinisso che lo ha reso agiato.
I fratelli Porco si mettono d’accordo per chiedere due distinti prestiti a zio Giuseppe: Antonio chiede 1.137 dollari, pari a lire 21 mila italiane secondo il cambio in allora corrente, mentre Giuseppe chiede 1.700 dollari, pari a circa 31.400 lire. La garanzia offerta dai nipoti – e accettata dallo zio – è l’iscrizione di una ipoteca sul fondo da acquistare.
Il guaio è che sull’atto di acquisto del terreno, concluso da Antonio sia per conto proprio che in qualità di procuratore del fratello, non c’è traccia dell’ipoteca.
Ma se Antonio sembra avere dimenticato il proprio debito e nemmeno risponde alle sempre più pressanti richieste dello zio, Giuseppe restituisce, nel 1930, un acconto di 1.200 dollari, per i quali zio Giuseppe gli rilascia regolare quietanza.
Poi, nel 1932, Antonio raggiunge il fratello a New York, anno in cui Giuseppe Naccarato, poiché il clima dell’Arizona non giova a sua moglie, decide di farla partire per l’Italia insieme all’unica loro figlia, coll’intesa ch’egli le avrebbe colà raggiunte non appena avesse liquidato i suoi affari in America. Attraversato il continente da un capo all’altro, le due donne arrivano a New York dove incontrano i fratelli Porco i quali, ben presto, persuadono la zia e la giovane cugina a celebrare le nozze tra quest’ultima e il primo di essi, Giuseppe.
Molti telegrammi e telefonate vengono scambiati tra New York e l’Arizona e non pare che di tale matrimonio sia soddisfatto il Naccarato perché egli vagheggia il disegno di condurre la sua unica figlia in Italia. Comunque, avvenuto il matrimonio, mentre la figlia resta a New York, i genitori ritornano, verso la fine del 1933, nella terra natia di Lago, prendendo alloggio in una casa di campagna di pertinenza della madre del genero.
Verso la fine del mese di marzo del 1934 Antonio Porco torna a Lago e zio Giuseppe, che già da più tempo andava lagnandosi coi parenti dell’inadempienza ostinata di costui nel pagamento dei 1,137 dollari a lui prestati fin dal 1929, pensa sia opportuno incaricare una cognata di Antonio, Giuseppina Politano, di persuaderlo a soddisfare il suo debito. Giuseppina accetta l’incarico ma Antonio non ne vuole sapere:
- Io non gli devo niente. Semmai il debito è di mio fratello Giuseppe, che ormai è suo genero…
- E cosa c’entra adesso Giuseppe col debito contratto da te?
- C’entra, c’entra perché il fondo agricolo l’ho acquistato per lui: mi ha mandato pure la procura da New York!
Giuseppina, non sapendo cosa replicare, se ne va e nel pomeriggio del 2 aprile riferisce tutto a Giuseppe Naccarato, mentre questi è ancora a tavola
- Guarda, guarda qui! – le dice l’anziano, visibilmente contrariato, mentre prende alcune lettere da una cassa e gliele mostra
La donna non sa leggere e va a chiamare sua figlia che conferma quanto sostenuto da Naccarato, cioè che i 1.137 dollari sono stati inviati ad Antonio dietro sua espressa richiesta e non a nome del fratello.
Proprio in questo momento bussa alla porta proprio Antonio Porco, accompagnato da un suo zio, Vincenzo Naccarato e dal fratello di zio Giuseppe, Domenico.
Zio Giuseppe non fa scenate e accoglie gli ospiti con oneste e liete maniere. Va a prendere due bottiglie di vino, di quello speciale, per offrirlo ai visitatori, ma dopo che tutti hanno bevuto fa allontanare i figli di Giuseppina e affronta il nipote Antonio
- Io i dollari che ho li ho sudati sangue nelle miniere, come un pioniere, i dollari li ho mandati a te perché tu me li hai chiesti. Tu hai proposto l’iscrizione dell’ipoteca e tu sei il debitore. È ora che tu mi restituisca il 1.137 dollari! – gli dice, sventolandogli sotto il naso la lettera con la richiesta del prestito. Antonio prende la lettera e comincia a leggere ma poiché, o per malizia o per scarsa capacità nel leggere, altera il contenuto della lettera, a un certo punto zio Giuseppe gli toglie di mano la lettera e comincia a contestargli tutte le circostanze relative al debito verso di lui contratto.
- Io non ti devo niente, veditela con Giuseppe che adesso è tuo genero!
- Giuseppe i suoi 1.700 dollari li ha già restituiti, restano i tuoi 1.137 dollari!
- Allora non vuoi capire. Io non ti devo niente, il debito è di Giuseppe, per conto del quale io ti ho chiesto il prestito! – si ferma per qualche secondo, poi aggiunge – zio Giusè, tu hai soldi ed io ce n’ho più di te… tu scegli un avvocato ed io me ne troverò un altro e… il giudice deciderà!
A sentire queste parole Giuseppe Naccarato diventa paonazzo per lo sdegno di vedersi negato – e in che modo e con quali toni – il suo sacrosanto diritto alla restituzione di una cospicua somma ch’era il frutto del suo lungo lavoro di solitario pioniere nelle miniere dell’Arizona. Si alza in piedi e tuona
- Togliti dalla mia vista, Carolla! – l’epiteto di “Carolla” è particolarmente offensivo nella zona di Lago perché si riferisce ad un celebre brigante vissuto nei tempi andati in quelle contrade. Anche Antonio Porco si alza in piedi e tuona a sua volta
- Semmai sei tu che te ne devi andare, visto che questa casa  non ti appartiene perché è di mia madre!
Giuseppe Naccarato, di fronte a questa ennesima mancanza di rispetto da parte del giovane nipote, perde i lumi della ragione e corre verso un lettino che si trova in quella stanza. Fruga sotto il cuscino e la sua mano ne esce armata di una grossa rivoltella che spiana contro il nipote, pronto a fare fuoco. Ma Vincenzo Naccarato è lesto ad afferrare la mano armata del forsennato per impedirgli di sparare. Antonio Porco, da parte sua, è terrorizzato e si nasconde dietro il corpo dello zio Vincenzo, facendosene scudo. Tutto ciò, però, serve solo in parte a impedire che zio Giuseppe faccia fuoco. Infatti, nonostante la sua mano sia nella morsa di quella del paciere, riesce a sporgerla prima al di sopra della spalla di costui e poi al di sotto del braccio, facendo fuoco per ben tre volte e dopo ogni detonazione tutti i presenti sentono distintamente le urla di dolore di Antonio Porco, colpito alla mano destra, al fianco sinistro e all’ascella sinistra.
Zio Giuseppe esausto per la furibonda lotta ingaggiata con Vincenzo Naccarato, sembra calmarsi e il nipote Antonio ne approfitta per lanciarsi fuori dalla casa. Zio Giuseppe ha ancora tre colpi a disposizione e potrebbe con facilità ammazzare Antonio, ormai allo scoperto, ma invece desiste da ogni ulteriore violenza, posa la rivoltella sul tavolo e va dai Carabinieri a costituirsi.
Per fortuna le ferite riportate da Antonio non sono particolarmente gravi e se la caverà, senza postumi, con un paio di mesi di cure e riposo. Zio Giuseppe, nel frattempo, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di tentato omicidio e il dibattimento si tiene nelle udienze del 3 e 4 dicembre 1934.
La Corte affronta subito il problema se sia fondata o meno la tesi che si sia trattato di un tentato omicidio e conclude che l’accusa per la quale Giuseppe Naccarato è davanti ai giurati non è fondata. Non è fondata, in primis, perché, secondo la Corte, i colpi furono esplosi mentre l’imputato aveva i movimenti della mano con cui impugnava l’arma grandemente ostacolati dalla energica stretta di Vincenzo Naccarato e quando si ponga mente, inoltre, al fatto che i detti colpi furono diretti dalla mano ondeggiante di Giuseppe Naccarato contro un bersaglio anch’esso mobile, quale era il corpo del suo avversario che si teneva rannicchiato e si spostava, con movimenti istintivi di difesa, dietro la persona del paciere. Ma anche la causale, assolutamente inadeguata al proposito di spegnere la vita del nipote, lascia fortemente dubitare che a tale evento estremo fosse diretta la volontà di Giuseppe Naccarato. Ognuno vede che resta fuori dagli ordinarii processi psicologici di un uomo normale e di ottimi precedenti, qual è il Naccarato, l’insorgere improvviso di un’idea omicida contro un proprio congiunto – verso cui per lo innanzi si è sempre usata benevolenza – sol perché questo si fa, a un dato momento, a negare la sussistenza di una sua obbligazione di debito. D’altronde, ad aggravare il dubbio circa la volontà omicida non va trascurato il dubbio, pur esso apprezzabile, che nella specie trattasi di un delitto d’impeto, nel quale l’ideazione criminosa è quasi sempre vaga e indeterminata così che, secondo la scuola, essa è d’ordinario determinabile soltanto in base all’evento.
Determinante, poi, è il fatto che Giuseppe Naccarato ha desistito dal reiterare i colpi proprio nel momento in cui avrebbe potuto facilmente uccidere il nipote. Esclusa, quindi, in maniera categorica l’intenzione omicida, è chiaro che resta in campo solo il proposito generico di ferirlo, nonostante i tre colpi sparati in rapida successione. Per motivare quest’ultima affermazione, la Corte usa questo ragionamento: il fatto che il Naccarato abbia ostinatamente ripetuto i colpi e cercato ostinatamente di vincere la energica resistenza di chi gli ostacolava i movimenti della mano armata di rivoltella, se dimostra la sua ostinata volontà di sparare contro il nipote fedifrago, tal fatto non è ancora da solo prova sicura che con quei colpi egli volesse ucciderlo, giacché è ovvio il rilievo che la volontà generica di colpire è cosa diversa dalla volontà specifica di uccidere.
Il reato, così, è derubricato da quello più grave di tentato omicidio, in quello minore di lesioni guarite oltre il 40° giorno con l’aggravante dell’arma (rivoltella), ma con l’attenuante, di giustizia, di avere agito in istato d’ira determinato da fatto ingiusto da parte dell’offeso, perché non c’è dubbio che la condotta di Antonio Porco fu veramente ingiusta e tale da muovere a sdegno l’animo di ogni animo onesto.
E qui la Corte pronuncia una dura reprimenda nei confronti di quell’Antonio Porco che, dopo aver con lo zio contratto in nome e per conto proprio un debito per somma abbastanza rilevante, si fece poi, con metodo truffaldino e non scevro neppure di un certo scherno esasperante, ad imbrogliare le carte, pretendendo di assegnare allo zio un altro debitore nella persona del fratello, forse nella speranza losca, sua e del detto suo fratello, di frodare lo zio, visto che ormai il fratello Giuseppe era divenuto genero dello zio Giuseppe.
A questo punto la Corte ritiene equo condannare Giuseppe Naccarato, considerata prevalente l’attenuante concessa sull’aggravante contestata, a 3 anni di reclusione. Ma l’imputato rientra nei beneficiari dell’indulto concesso con R.D. 25 settembre 1934 e gli vanno condonati anni due della pena. La pena effettiva quindi è di solo un anno di reclusione e di conseguenza a Giuseppe Naccarato, detenuto dal 2 aprile 1934, restano da scontare solo altri 4 mesi. Ovviamente zio Giuseppe dovrà pagare le spese processuali, quelle della propria detenzione, nonché i danni a suo nipote Antonio Porco che, in linea di equa approssimazione, si ritiene di liquidare definitivamente ed in complesso in lire seimila, comprese lire duemila e cinquecento per onorario di difesa di parte civile.[1]
Seimila lire. Trecentoventicinque dollari, al cambio dell’epoca.



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

venerdì 28 giugno 2019

DON MIMI' DONNAIOLO IMPENITENTE


Domenico Marullo fa l’ufficiale postale a Palermiti. Domenico Marullo, quando entra nell’ufficio una donna che gli garba, fa l’ufficiale postale a modo suo. Questa, secondo l’opinione comune, sarebbe la definizione più appropriata.
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mercoledì 26 giugno 2019

VISITATE IL NUOVO SITO



Da qualche giorno ci siamo trasferiti sul nuovo sito ANTICHI DELITTI e pubblicheremo lì le nuove storie. Questo blog è nel nostro cuore e non lo chiuderemo, pubblicando, come stiamo già facendo, i link alle storie, affinché gli affezionati del blog possano continuare a leggere. Grazie e continuate a leggere le nostre storie e a supportarci col vostro affetto.
http://www.antichidelitti.it/

martedì 25 giugno 2019

UN PARTICOLARE DA NIENTE



Quando la diciottenne greca di Creta Maria Kalochridaki scende dal treno proveniente da Bari, è il 12 luglio 1945 e a Cosenza fa molto caldo.
Maria è visibilmente incinta e sta quasi per svenire quando lo sbuffo di vapore del treno la investe in pieno. L’uomo che è con lei la sorregge e, piano piano, si allontanano destando la curiosità dei presenti.


domenica 23 giugno 2019

ACCIARDI IL MALVAGIO

Finalmente, all’imbrunire, un po’ di venticello rinfresca l’aria di una calda giornata di giugno, domenica 15 giugno 1919.
Domenico Abruzzini esca da casa sua nella frazione Grupa di Aprigliano e va nella bottega del compaesano Rocco Savoia, sita nell’incrocio che fa la via rotabile di Aprigliano con quella di Pietrafitta. I due si mettono a chiacchierare del più e del meno davanti alla porta e, nel frattempo arrivano altre due persone che si fermano con loro. Ridono, si danno pacche sulle spalle, mentre il sole ormai è solo un lampo rosso dietro le montagne. CONTINUA A LEGGERE

venerdì 21 giugno 2019

IN FAMIGLIA SI MUORE MEGLIO


La sera del 28 giugno 1945 il trentaseienne Ambrogio Ferrari di San Giovanni in Fiore cena a casa con alcuni amici, tra i quali un certo Mahoney, sergente dell’esercito inglese.
Verso mezzanotte, dopo aver bevuto e mangiato in abbondanza, gli amici se ne vanno e Ferrari, dopo qualche minuto, esce per andare a casa della sua amante Maria Laratta. In realtà Ambrogio Ferrari sarebbe sposato con la ventenne Caterina Lopetrone, ma i due vivono separati in quanto Caterina, non andando d’accordo con le tre cognate che abitano nella stessa casa, è tornata dai genitori. Questa è la versione ufficiale, ma la verità è che Caterina ha un amante, il ventottenne Giuseppe Magnolfi. C’è un’altra cosa da dire prima di continuare: Caterina e Ambrogio hanno una bambina di 2 anni allevata in un collegio privato di Catanzaro.
Dicevamo che Ambrogio esce per andare dalla sua amante. Potremmo dire, senza allontanarci troppo dalla realtà, che Ambrogio è completamente ubriaco e barcolla vistosamente. Un paio di volte, lo ammetterà egli stesso, cade ma riesce ad alzarsi e a continuare a percorrere la strada verso il piacere
- Madonna mia! Mi sento male… – sono le prime parole che pronuncia appena Maria gli apre la porta
- E certo! Sei ubriaco! – lo rimprovera la donna, costretta a fare un salto per non essere investita dal vomito che, come un vulcano in eruzione, esce dalla bocca di Ambrogio. Poi quasi sviene e deve essere materialmente adagiato sul letto e Maria gli prepara un decotto di sambuco per attenuargli gli effetti dell’alcol.
È la mattina del 29 giugno e le sorelle di Ambrogio sono molto preoccupate perché ancora non è tornato a casa. Gilda, la maggiore, sta di vedetta sul balcone di casa e nota Caterina Lopetrone, in compagnia di suo fratello Luigi e del suo amante, in atteggiamento sospetto. Teme che abbiano fatto qualcosa di male al suo adorato fratello. Si gira verso l’interno della casa e dice alle altre due sorelle
- Volete vedere che stanotte uccisero ad Ambrogio? – poi, come una furia, esce di casa per andare a cercare il fratello, ma tutto le riesce vano e quando ha già fatto ritorno a casa, bussa Maria Laratta
- Vedi che Ambrogio è a casa mia che ha un forte dolore di testa… è venuto dopo mezzanotte ubriaco…
- Ma è grave?
- È grave, si… no, no, che dico! È  cosa da nulla, ma comunque a piedi non può tornare
Proprio in questo momento si trova a passare Mahoney, il sergente inglese, che assiste allo scambio di parole tra le due donne, si offre di trovare un’automobile per andare a prendere Ambrogio, e così egli stesso trasporta il malcapitato dalla casa della Laratta alla sua abitazione.
- Qui non è questione di ubriacatura, ci deve essere qualcos’altro che non riesco a diagnosticare, ci vogliono esami e analisi approfonditi. Bisogna portarlo in ospedale a Cosenza! – è il consiglio che dà ai familiari il dottor Edoardo Marini, chiamato a visitare Ambrogio. E così fanno immediatamente.
In ospedale viene supposto che Ambrogio abbia potuto ricevere un colpo alla noce del collo e, fatta una radiografia la diagnosi viene confermata, riscontrando anche una lieve rima di frattura all’osso occipitale
- L’ipotesi più probabile – dice il radiologo, dottor Nitti – è che il colpo sia stato inferto con legno avvolto di stracci o con gomma
Questa circostanza, ovviamente, desta l’attenzione dell’Agente della Polizia Alfonso Garofalo, in servizio all’Ospedale, che prova a fare qualche domanda al ferito. Per esempio se conosce il nome del suo, eventuale, aggressore
- Non ricordo nulla… solamente vi dico che i miei nemici sono mia moglie, i suoi famigliari e certo Magnolfi
- Ma avete visto qualcuno di questi mentre vi aggrediva? – insiste l’Agente
- Non mi ricordo nulla
- Vi ricordate almeno come avete passato la serata?
- Ho mangiato a casa con gli amici… assai… verso mezzanotte sono andato dalla mia amante… ho rimesso tutto quanto avevo mangiato e bevuto e lei, per agevolarmi la digestione mi ha preparato un decotto con erba di sambuco che mi somministrava col caffè… poi non mi ricordo più niente… datemi le tredicimilalire che ho nel portafogli…
L’Agente Garofalo fruga tra le cose di Ferrari, trova il portafogli, ma delle tredicimilalire non c’è traccia. A questo punto è facile fare due più due: Ferrari, ubriaco, va a casa dell’amante che gli somministra qualcosa, stordendolo del tutto e gli ruba i soldi, poi lo colpisce alla nuca, forse per simulare che tutto sia accaduto per strada. Si, è plausibile.
Maria Laratta, l’amante, e tale Rosa Chiodo, una prostituta che abita con lei e che dalle indagini è risultato essere presente in casa la notte tra il 28 e il 29 giugno 1945 vengono interrogate e denunciate per furto e lesioni. Poi accade l’inatteso. Alle ore 4,45 del 7 luglio 1945 Ambrogio Ferrari muore.
E qui cominciano i problemi: se da una parte è plausibile pensare che, per nascondere il furto commesso, Maria Laratta e Rosa Chiodo abbiano potuto colpire Ferrari causandogli lesioni così gravi da portarlo alla morte, è pur vero che agli atti c’è la dichiarazione dello stesso Ferrari che, in qualche modo, accusa sua moglie, i familiari e l’amante di questa di essere i suoi soli nemici. Quale strada intraprendere?
Gli inquirenti raccolgono molte testimonianze e credono che Maria Laratta e Rosa Chiodo con la morte di Ferrari non c’entrino nulla e quindi arrestano Caterina Lopetrone, i suoi fratelli Salvatore e Luigi, nonché l’amante (e cugino) Giuseppe Magnolfi. Però, scremando tutte le informazioni in possesso degli inquirenti, ben presto bisogna ammettere che contro i Lopetrone c’è molto poco e quindi vengono rimessi in libertà. E se non sono stati i Lopetrone devono per forza essere state Maria Laratta e Rosa Chiodo. Niente da fare. Anche nei confronti delle due donne c’è troppo poco e il 17 novembre 1945 vengono prosciolte in istruttoria per insufficienza di prove.
Il fascicolo, ora intestato contro IGNOTI, viene archiviato.
È il 20 settembre 1946. Dalla notte in cui Ambrogio Ferrari “si sentì male” per strada sono passati 15 mesi.
Gilda Ferrari bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di San Giovanni in Fiore. Ad accoglierla c’è il Maresciallo Maggiore Tommaso Pietropaolo, al quale la sorella del defunto Ambrogio racconta
- Comandante, è inutile che io mi dilunghi in questo doloroso argomento; sappiate che, sicuramente, mio fratello Ambrogio è stato ucciso dalla sua moglie Caterina Lopetrone con la correità del fratello Luigi e del parente Giuseppe Magnolfi, unici nemici del mio povero fratello
- Signora, questo è un argomento ormai chiuso…
- Comandante, ho delle cose importanti da riferire, fatemi continuare – al cenno quasi rassegnato del Maresciallo, la donna va avanti – Ambrogio era molto attaccato alla famiglia paterna e ciò non era di gradimento alla moglie, tanto che costei si è allontanata dalla mia famiglia recandosi presso sua madre e continuamente minacciava di morte il marito
- Avete prove? Testimoni? – la incalza il Maresciallo, forse per costringerla a rassegnarsi. Gilda Ferrari gli fa cenno di aspettare e, leggendo da un foglio, continua
- Il 23 gennaio 1945 la moglie in compagnia del fratello Salvatore e dell’amico Magnolfi, hanno percosso mio fratello nei pressi del molino e menomale che in quell’istante transitava il Brigadiere Rizzuti il quale ha allontanato i mali intenzionati, accompagnando poscia a casa mio fratello; il 29 aprile 1944, sempre dagli stessi, ma in casa della signora Maria Olivito, mio fratello fu aggredito e percosso, nonostante pendesse procedimento penale per la precedente aggressione, procedimento poi definito per amnistia; il 2 giugno 1945 Caterina Lopetrone diede incarico alla serva Maria De Marco di pestare un pezzo di vetro, vetro che essa Lopetrone mise in una focaccia per somministrarla al marito. La serva, che era a conoscenza degli attriti fra i coniugi e ritenendo a male l’incarico avuto di spezzettare il vetro, avvertì i miei famigliari e così accertai, presente Pietro Maria Angotti, che la Lopetrone aveva l’intento di sopprimere mio fratello dandogli la focaccia a colazione. Formai un’altra colazione, la consegnai alla De Marco che gliela portò al cantiere dove lavorava e ritirò la focaccia che, per fortuna, non aveva ancora cominciato a mangiare. Quando ebbi in mano la focaccia, la esaminai con mio fratello e, effettivamente, dentro vi erano moltissimi piccoli pezzetti di vetro. A questo punto mio fratello chiese alla moglie spiegazioni ed essa rispose: “Puoi sapere se l’avessi fatta per me?”. Mio fratello le rispose: “Giacché l’avevi fatta per te, perché cercavi di farla mangiare a me?”. La moglie non rispose; dopo il fatto del 28 giugno 1945, quando mio fratello si aggravava in ospedale, ad un certo punto mi disse: “Dite al paese che io sono più grave, in modo che lo sappia la disgraziata e così voglio vedere se ha il coraggio di presentarsi davanti a me!”. Io chiesi spiegazioni e aggiunsi se avesse desiderio di volere vedere la moglie ed egli rispose: “Non la voglio vedere… se vivessi me la piglierei e dopo otto giorni dalle mie mani dovrebbe morire!”; la mattina del 29 giugno 1945, verso le ore 8, quando ancora nessuno sapeva niente della sorte di mio fratello, la madre della Lopetrone andò presso l’Albergo “Silano” e disse a certa Filomena Gallo che durante la notte precedente, mio fratello, mentre era sulla macchina subì un investimento con un camion, facendosi male alla testa e che, probabilmente, moriva e allora la Gallo disse che avrebbe avvertito i famigliari, ma l’altra la pregò di tacere; verso la fine di gennaio di quest’anno, il ragazzo Agostino Mazzei, di San Giovanni, disse che, trovandosi presso il calzolaio Giovanni Lopez, il Magnolfi profferì le seguenti parole: “Ambrogio Ferrari aveva impugnato la rivoltella per spararmi ed io lo ammazzai…”; il 2 luglio 1945, verso le ore 22, transitava dalla via Cappuccini certa Teresa Gallo e sentì Luigi Lopetrone che diceva ridendo: “Volete vedere che muore e incolpano me?”; in seguito ad un diverbio avvenuto nei primi del mese di Agosto ultimo con Caterina Lopetrone e avendola apostrofata con la parola “assassina”, esse mi rispose che ancora non è finita e che mio fratello fu ucciso dal sergente inglese
- È tutto? – fa il Maresciallo, terminando di prendere appunti e guardando il Carabiniere che gli fa cenno di avere, anche lui, preso nota
- Si…
- Bene, vi farò sapere…
Al Maresciallo il racconto di Gilda Ferrari sembra credibile e, comunque, vale la pena ascoltare le persone che ha nominato per avere, o meno, conferma. E le conferme arrivano. L’istruttoria viene riaperta e questa volta con tre indagati: Caterina Lopetrone, Luigi Lopetrone e Giuseppe Magnolfi. Spunta anche la brutta copia di una lunga lettera che Ambrogio scrisse a sua figlia per futura memoria
San Giovanni in Fiore 5/10/944
Mia carissima
Avrei piacere dirti tutto ciò che scrivo a voce, ma penzo che mi sarà difficile e perciò voglio che tu sia a giorno di tutto! Nel 942 una ragazza praticava spesso la mia casa. Me ne innamorai come non avrei mai fatto. Nel 943 uscì incinta di te, che io per mie ragioni non potevo sposare subito, ci furono delle questioni, ma io dato che avevo detto tutto e promessogli di sposarla, la portai in albergo dove convivemmo per quattro mesi circa; dato che io non potevo sostenere due famiglie, mi allontanai di comune accordo per un po’ di giorni, se non che per dissidi avuti con i suoi famigliari, lei, imbottita dalla madre e particolarmente dal fratello Salvatore, il 28 dicembre 943, alle ore 6, si presentò nel portone di casa mia chiedendomi £ 50 per pagare la stanza dell’albergo (ma non è questo) io presi £ 100 e gliele diedi, poi mi disse che  sarebbe andata a casa con i suoi, io per risposta gli dissi di andarsene a casa sua che non era lontano il matrimonio, mi giurò che non ci saremmo visti più (data la mia intenzione!...) e così rimasimo zitti un minuto, poi si decise, tirò un coltello da maiale e me lo tirò ad una gamba che mi ferì. Appena alle grida accorsero gente, inclusa mia sorella Gilda spaventata, mentre la madre fremeva di gioia del bell’atto fattogli commettere, lei andò ad abitare una casa vicina; io andai dal Maresciallo dei Carabinieri e feci relativa denunzia. Data la gente che erano, sia di nascita che di condizione, i miei non volevano che avvenisse questo matrimonio, e ne avevano ragione, ma dato l’affetto, io non ho guardato altro. Incontrai matrimonio il 28 gennaio 944, con tutto accordo ci amavamo come se nulla fosse avvenuto fra noi. Con i miei c’era l’affetto come prima, tanto anche loro avevano dimenticato pur di vedermi felice… ma non lo sono mai stato.
Quando lei, madre ingrata, il 2 giugno 944 alle ore 10 ½ di sera, senza nessuno avergli fatto niente, piantò la casa e se ne va lasciandoti all’età di 67 giorni, figurati il mio dolore per te. Il giorno dopo pensai per una nutrice e così feci; mi costò un po’ di soldi, ma non mi ànno dispiaciuto. Dopo circa un mese, a furia d’incoraggi di gente estranea, questa si presenta ed io accettai, credendo ed augurandomi che tutto fosse passato e finito. Ci furono delle discussioni che è inutile scrivere – che spero quando sarai grande poterti dire a voce – e tutto tornò come prima ma le, maligna, senza far capire niente a nessuno, il 23 agosto 944 alle ore 10, dopo aversi buttato dal balcone i quattro stracci che aveva portato per corredo, di nuovo pianta te a casa e va via! Ecco come ti ha trattata!!. Nel mese di settembre ti sei ammalata e le tue zie ti hanno prestato le cure più efficaci e lei era contenta che tu morissi. La vidi in mezzo la strada con delle amiche, tutta gioiosa a spasso; ad un tratto sento una risata allegra e forte di contentezza a poca distanza da me: allora non ci vidi più e la feci avvicinare e chiamandola “troia assassina e ladra” le tirai due schiaffi. Lei continuò la sua passeggiata e quasi a fine del paese si fermò e continuò la discussione ed ebbe il coraggio di dirmi in faccia che aveva piacere che tu morissi. Ti ho scritto questi due righi chissà dovessi subire qualche disgrazia, almeno sarai a giorno di tutto.
Ti bacio, tuo padre
P.S. Dimenticavo il meglio: siccome lei, intanto che amava me, era fidanzata con un giovane per non dare all’occhio, io mi presentai da una sua vicina di casa dicendole che non volevo scrupoli di coscienza e che ero disposto a sposarla, ma che lei avrebbe tolto ogni relazione col fidanzato, cosa che lei non fece e così vennero a conoscenza i suoi e la misero fuori dicendole che lei non doveva sposarmi perché c’era molta differenza d’età, ma dopo 3 mesi, visto che era in cinta di te, obligarono lei a farsi sposare.
Io, oltre dei tre titoli “troia assassina e ladra” gli do anche il quarto e così la imparerai tu e cioè la “vedova allegra” perché lei non fa altro che uscire e ridere continuamente ma con mio grande rincrescimento.
Devo avvertirti che lei è incinta, non so di quanti mesi, e spero quello che nascerà, maschio o femmina che sia, di non lasciarcelo, anche a costo della mia vita.
Quando sarete grandi mi giudicherete bene o male… io spero vedere il secondo appena nato, ma se il destino non vuole, ti prego leggergli la stessa lettera e dirgli che anche per lui o lei ci penserò, però a 21 anni compiuti.
Chissà quante cose vorrei scriverti, ma non lo faccio e spero che abbia la forza di dirtelo a voce. Finisco col baciarvi caramente e la preghiera di ricordarvi che siete orfani di madre.
Vostro affettuoso ed addolorato padre.
Se avrò vita, in appresso vi scriverò altro.
Molto inquietante. Sembra evidente che Ambrogio si aspetti di morire da un momento all’altro e non di morte naturale.
A proposito di morte: dalla nuova autopsia viene esclusa la frattura all’atlante, che solo erroneamente era stata radiologicamente intravista. Anche per quanto riguarda la causa della morte i periti confutano i primi esami medici: non più un colpo di bastone, ma una caduta a corpo morto del Ferrari che andò a sbattere con la testa su una pietra del selciato della strada.
Arrivano anche delle lettere anonime, una delle quali ipotizza che ad uccidere il povero Ambrogio Ferrari fu il colpo vibrato dalla mano esperta di lotta giapponese, in maniera così misteriosa perché abile conoscitore di tali metodi di lotta senza lasciare traccia
Non solo. Arrivano due lettere uguali, una al Questore e l’altra al Procuratore del re, a firma di Caterina Lopetrone che dicono
Sono stuffa il rimorso mi fa parlare. Io mio fratello Luigi e Peppino Magnolfi la notte del 28 al 29 Giugno passato verso le tre abiamo ammazzato mio marito Ambrogio Ferrari
Lopetrone Caterina
La lettera è palesemente falsa per il semplice motivo che non c’era bisogno di scrivere due lettere per confessare, bastando andare dai Carabinieri e mettere la confessione a verbale. Ma è meglio essere sicuri e fare una perizia grafica. No, meglio due perizie: una del professor Antonio Aloe e l’altra dal Direttore tecnico della Scuola Superiore di Polizia Scientifica, entrambe concordi nel dichiarare false le lettere.
Per il Pubblico Ministero i risultati dell’indagine sono chiari e ci sono prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio di tutti e tre gli imputati, ma il Giudice Istruttore ritiene, al contrario, che l’incertezza regna sovrana su tutti i punti del processo e pertanto, chiudendo l’istruttoria, in difformità con le richieste del Pubblico Ministero, dichiara non doversi procedere contro gli imputati per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi definiti in istruttoria.

martedì 18 giugno 2019

UN TONFO SUL SELCIATO

Il Pretore del Mandamento di San Giovanni in Fiore Alfredo Rizzo, il Vice Brigadiere Peraldo Landini e il medico Giovanni De Marco entrano in un fabbricato di Via Umberto Primo a San Giovanni e salgono al secondo piano dove vi sono due stanze. Entrano in quella di destra, arredata con vari oggetti di mobilia ed un letto matrimoniale.
Sul letto si trova disteso il cadavere di Paolo Lopez, vestito di un abito nero e senza scarpe, il viso coperto da un velo bianco.
Sono le 15,00 del primo agosto 1931 e, nonostante ci troviamo in montagna, fa caldo.
La stanza da letto è arieggiata e illuminata da due balconi, uno che da sulla via Umberto I e l’altro in un viottolo. Quest’ultimo balcone è alto sulla strada circa 10 metri. I tre guardano il vicolo sotto di loro e decidono di andare a dare un’occhiata.
- Deve essere caduto in questo punto… – dice il magistrato calcolando ad occhio la possibile perpendicolare dal punto al balcone
- È probabile – conferma il Brigadiere – il problema è che non ci sono tracce di sangue sulla massicciata
- Si, però è possibile che le acque di rifiuto che scorrono sulla massicciata abbiano lavato via il sangue – adesso è il medico a dire la sua
- Brigadiere, datevi da fare per risolvere questo mistero! Ora torniamo di sopra e facciamo l’ispezione esterna del cadavere – tronca il Pretore
Il cadavere presenta una lesione alla regione palpebrale inferiore destra con ecchimosi; una ecchimosi sulla pinna nasale destra, ecchimosi escoriate sulle due ginocchia, sulla regione tibiale destra e sulla regione sopra-malleolare destra con frattura del terzo inferiore della gamba destra; un’altra ecchimosi escoriata sul dorso del piede sinistro. In corrispondenza della regione posteriore del braccio destro si nota una ferita lacero-contusa a margini sfrangiati e frastagliati. Nessuna altra lesione si riscontra in tutto il resto del corpo, né fratture in corrispondenza del cranio.
- E allora come è possibile che sia morto? – chiede il Pretore al medico – credo che sia necessaria l’autopsia…
Non occorre procedere a sezione cadaverica per stabilire la causa della morte – replica il medico –. Ritengo che la causa della morte debba attribuirsi a commozione ed emorragia cerebrale, seguita da grave choque nervoso in conseguenza della caduta… ritengo la morte sia avvenuta intorno a mezzogiorno…
A questo punto la palla passa al Vice Brigadiere Landini che dovrà scoprire perché Paolo Lopez, Capoguardia Municipale di San Giovanni in Fiore, è precipitato dal balcone, schiantandosi sul selciato.
La mattina del primo agosto 1931 Paolo Lopez, contrariamente al solito, resta a letto. Non si sente bene, gli esce sangue dal naso. E col fazzoletto sporco di sangue lo trova anche la Guardia Municipale Vincenzo Migliarese, che è andato ad informarsi sul perché il suo capo non è andato al lavoro. Dopo un po’ che Migliarese se ne è andato, la figlia di Lopez va ad informarsi su come si senta
- Lasciami da solo, voglio riposare un po’… – dice Paolo Lopez a sua figlia, che ubbidisce e, uscendo, chiude la porta dietro di sé.
Poi un tonfo sordo. Dopo qualche secondo qualcuno urla giù nella strada. Incuriosita, la figlia di Lopez si affaccia e vede un corpo disteso in mezzo al vicolo. È suo padre.
Non vi è dubbio che trattasi di suicidio perché non può trattarsi di disgrazia in quanto il balcone dal quale è precipitato è munito di ringhiera alta circa un metro e mezzo, cosa che non lascia presumere che possa trattarsi di disgrazia. Si deduce quindi che il Lopez abbia volontariamente scavalcato la ringhiera per precipitarsi nella strada sottostante.
Con tutta probabilità Landini ha visto giusto perché è praticamente impossibile sporgersi così tanto da una ringhiera alta un metro e mezzo e precipitare giù.
Dato per certo che si è trattato di un suicidio, la parte più difficile viene adesso: perché Paolo Lopez ha deciso di togliersi la vita?
C’era qualcosa che non andava nella vita familiare? Landini viene a sapere che tutte e tre le figlie di Lopez godono fama di poca serietà.
O forse aveva problemi economici? Qualche debituccio da saldare, niente di più.
O, invece, aveva problemi di debolezza psico-nervosa?
Landini propende per l’ultima ipotesi perché la Guardia Municipale Migliarese e la moglie gli raccontano di una strana conversazione avvenuta qualche giorno prima, quando Lopez confidava loro, con fare preoccupato, che era perseguitato da tutti e pretendeva spiegazioni dalla signora Migliarese: “Abbiamo avuto la sensazione che Lopez fosse in preda a squilibrio mentale”.
Fatto il funerale, i familiari provvedono a cambiare le lenzuola del letto matrimoniale e, sotto il cuscino, una delle figlie trova tre pezzi di carta scritti a matita. Forse possono spiegare molte cose. La scrittura è strascicata, quasi incomprensibile. In un biglietto è scritto soltanto:
Ti bacio la mano. Paolo Lopez.
In un altro, indirizzato al Podestà, ci potrebbero essere delle notizie interessanti, ma si capisce poco di ciò che c’è scritto:
Podesta dal vostro nobile cuore mi perdoni. 30 anni di vita pubblica di popolo giudica il mio … Per una cosa che io … fatta … e per la vergogna … mi à perduto. Solo vi raccomando le tre mie figlie che le lascio i debiti si pagano con la casa e … … …
Poi l’ultimo:
Non ho capito che in … e lo giuro, uniforme e confermo che non è stata volontà di frodare, mentre l’oggetto costa per tre volte. Non vi lamentate perché sono stato onesto fino la morte che mi à trascinato di fare la vendita e per questo fatto ò commesso la morte.
Stando a queste parole, la causa potrebbe essere dovuta a qualcosa avvenuta sul posto di lavoro, che lo ha portato a contrarre dei debiti, per saldare i quali è stato costretto a vendere una casa.
- Paolo Lopez aveva dei debiti verso la Cassa Rurale di San Giovanni in Fiore, di cui io sono direttore, per circa tremila lire – racconta don Bernardo Lavia, parroco di San Giovanni –. Circa un mese fa egli aveva fatto un’altra domanda di prestito per quattromila lire che la Cassa non potette concedere, visto che era in arretrato con i pagamenti.  Una ventina di giorni fa si decise a vendere alla Cassa Rurale metà della sua casa per una cifra che al momento non posso precisare. Mi pare, però, che egli con detta vendita abbia saldato il suo precedente dare ed abbia avuto anche le quattromila lire chieste, pagando tutte le spese dell’atto
- Nulla posso dire di sicuro circa le cause della morte di Paolo Lopez – dice il Podestà, dottor Alberto Caputi porgendo al Pretore il biglietto che era indirizzato a lui –. Una diecina di giorni prima del fatto mi ero accorto che Lopez stava di malumore ed avendogli chiesto cosa avesse, mi rispose che si sentiva poco bene, anzi mi chiese di visitarlo
- Problemi sul lavoro? Dai biglietti sembra di capire che qualcosa non andasse per il verso giusto…
- No… nessun problema…
- Sicuro? Qualcuno dice che Lopez era sul punto di essere licenziato… – insiste il Pretore
- Vi ripeto di no!
Basta. È inutile continuare ad indagare sui motivi che hanno spinto Paolo Lopez a buttarsi dal balcone di casa, casa che era appena stato costretto a vendere per pagare dei debiti che nessuno sa per quali motivi erano stati contratti, come nessuno sa, o sa e non vuole dire, perché gli servivano altre quattromila lire.
Meglio pensare a debolezza psico-nervosa e chiudere le indagini. Nessuno ha istigato Paolo Lopez, Capo Guardia Municipale di San Giovanni in Fiore, a suicidarsi.[1]
Il caso è chiuso.




[1] ASCS, Processi Penali.


domenica 16 giugno 2019

PROSIT!


Quando la tua ex ti augura un felice matrimonio

- Papà… c’è un giovanotto che vorrebbe corteggiarmi per fidanzarsi con me… – siamo a Rota Greca negli ultimi giorni del 1927. Maddalena Martino, diciotto anni, con il coraggio che le dà l’amore, affronta l’argomento delicato
- E chi sarebbe questo giovanotto? – le chiede bruscamente il padre, senza alzare gli occhi dal piatto dal quale sta mangiando una misera minestra
- Angelo Lombardo di Santa Maria Le Grotte… il figlio di…
- Ah! Ho capito! Una buona famiglia, molto meglio di noi poveracci… – alza gli occhi e guarda sua moglie che gli abbozza un sorriso di compiacimento – si può fare… fagli sapere che può venire a presentarsi…
Nello stesso momento Angelo Lombardo affronta lo stesso argomento con i suoi genitori, ma il risultato è completamente diverso
- La figlia di quel morto di fame di Ciccio Martino? Cacciatelo dalla testa, il consenso non te lo darò né ora e né mai!
Il problema, per Angelo, è dirlo alla sua amata. Preferisce prendere tempo, inventare mille scuse per dire che suo padre è malato, che non è il momento, poi che è partito. Ma Maddalena non è stupida e capisce tutto. È abbattuta, ma la sua vita deve andare avanti e, facendo tacere il suo cuore, affronta Angelo
- Angelo, parliamoci chiaro. Ci siamo illusi, io non sono tua pari e tu non mi sposerai mai. Lasciami libera, te ne prego, tronca ogni rapporto con me e non venire più a casa mia, non cercarmi più, così… – continua mentre le lacrime cominciano a rigarle il viso - così potrò accettare la corte di Luigi Pellegrino, un giovane della mia condizione
 Il giovane non può accettare tutto questo: lui ama Maddalena oltre ogni immaginazione. Piange, bestemmia, si strappa i capelli, si batte il viso con le mani
- Non mi lasciare, Maddalena non mi lasciare! Ti giuro… io ti giuro sull’amore che provo per te che io, ad ogni costo e anche contro il volere dei miei genitori, appena raggiungo la maggiore età, ti sposerò! Ti scongiuro… io al tuo amore non posso assolutamente rinunziare!
Maddalena non ha più lacrime da piangere. Con gli occhi bassi, combattuta, tormenta tra le mani un fazzoletto. Poi alza lo sguardo verso quello di Angelo e lo incontra. I due volti si illuminano con un sorriso sincero e le mani si intrecciano per suggellare il loro nuovo patto d’amore e così l’idillio, contenuto sempre in limiti onesti, continua per altri due o tre anni.
Però un giorno avviene, purtroppo, quello che in casi analoghi quasi sempre accade: i sensi hanno il predominio ed i rapporti diventano intimi e quindi nuove promesse e nuovi giuramenti della sicura celebrazione delle giuste nozze.
E con i rapporti intimi, come accade molto spesso se non si prendono precauzioni, Maddalena rimane incinta. Sarebbe l’occasione buona per accelerare il tanto sospirato matrimonio, invece Angelo, a poco a poco, si allontana affettivamente da Maddalena, tanto da arrivare a proporle manovre abortive, onde distruggere la prova dei loro accoppiamenti e mettersi, così, in condizione di poter respingere qualsiasi pretesa di Maddalena.
No, Maddalena non ci sta e respinge sdegnosamente queste proposte, accompagnate come al solito da preghiere e lagrime. Anzi, va dai Carabinieri e lo denuncia per violenza carnale. I due sono ormai nemici e i genitori di Maddalena, per la vergogna, la cacciano di casa. Nemmeno la nascita di un bel bambino serve a riavvicinarli, ma almeno la ragazza viene riaccolta in casa dai genitori.
Le spese aumentano e le condizioni economiche della famiglia Martino peggiorano, così decidono di andare a pregare i Lombardo per un aiuto finanziario, recisamente respinto.
Tutto questo, però, a qualcosa serve. Serve a scoprire che Angelo Lombardo è un libertino che ha cercato e cerca di sedurre altre ragazze. Figurarsi che nonostante tutto quello che ha combinato con Maddalena, non ancora soddisfatto delle sue carni, ha la faccia tosta di ricominciare a corteggiarla con i suoi soliti modi e le solite promesse di matrimonio e Maddalena, con un figlio, con una fame che toglie la vista dagli occhi dalla mattina alla sera, con la disperazione di non avere un domani e con la speranza di un sincero ravvedimento, data la presenza del bambino, ci ricasca e lo accoglie di nuovo.
E di nuovo è ingannata perché Angelo, mentre frequenta la sua casa e le dichiara incessantemente che il suo amore per lei è immenso e lo suggellerà con il matrimonio, facendo allontanare anche qualche onesto pretendente alla mano di Maddalena, si fidanza ufficialmente con un’altra ragazza di Rota Greca, Assunta Ominelli.
- Ma spiegami, spiegami perché! Perché mi hai fatto questo? Sono la tua puttana, io? E questa creatura? Non ci pensi più o non ci hai mai pensato? Che uomo sei?
- Ma stai tranquilla! Ti dico che il fidanzamento con Assunta è solo una finzione… l’ho fatto esclusivamente per accontentare i miei genitori… ma io sposerò te, la donna del mio cuore! – e con queste belle parole riesce anche questa volta a calmarla.
Con questo tira e molla continuo si va avanti fino al 20 gennaio 1932, il giorno, contrariamente a quanto ha sempre giurato, fissato per il matrimonio tra Angelo e Assunta.
È un vero capolavoro perché Angelo è riuscito a tenere la notizia segreta fino, praticamente, al momento di uscire di casa in corteo per andare in chiesa. Maddalena guarda, a bocca aperta e occhi sgranati, Angelo e Assunta passare insieme sotto la sua finestra. In questo momento ha la visione esatta del tremendo tradimento di cui è vittima e dell’avvenire fosco suo e di suo figlio. La sorpresa si muta in rabbia e la rabbia in odio e l’idea della vendetta balena nella sua mente e non ci pensa due volte. Prende un lungo coltello, di quelli che si adoperano per ammazzare i maiali, esce di casa e si nasconde in un vicolo aspettando pazientemente  il ritorno del corteo dalla chiesa.
Ecco, stanno arrivando. Le voci allegre, le risate, gli auguri, si avvicinano sempre di più. Ecco, stanno girando l’angolo. Lo scannatura è nascosto sotto il grembiale; con passo deciso esce dal vicolo e si appiattisce contro un muro. La prima coppia del corteo è formata da Assunta e da un uomo di Santa Maria. La seconda è formata è formata da Angelo e da una signora. Al momento opportuno scatta dal muro e si para davanti ad Angelo, che la guarda sorpreso. È un attimo, la lunga lama luccica al freddo sole di gennaio
- Prosit! – gli dice mentre la lama scatta in avanti, penetrando nel sesto spazio intercostale sinistro del suo ex fidanzato. Un grido strozzato, l’emorragia è imponente e la morte quasi immediata. Nel fuggi fuggi generale Maddalena rimane immobile per qualche istante, poi va a costituirsi.
I fatti sono chiari e bisogna solo aspettare i tempi tecnici per ottenere il rinvio a giudizio di Maddalena con l’accusa di omicidio volontario e porto di coltello di genere vietato. È il 30 maggio 1932.
Il dibattimento si tiene il 31 gennaio 1933 ed emergono subito chiare le figure morali dei due protagonisti di questo dramma. Per quanto la Parte Civile si sforzi, non riesce neanche a scalfire l’onorabilità dell’imputata. È un coro unanime di tutti i testimoni escussi, niuno escluso, nel ritenere la Martino una ragazza buona ed onesta sotto ogni riguardo. La Parte Civile non si limita a questo, ma cerca anche di adombrare l’onestà dei componenti la sua famiglia, ma pure questo tentativo ha lo stesso risultato, tranne per una sorella che però i genitori scacciarono di casa appena ebbero sentore della sua condotta poco corretta.
Ma se anche tale insinuazione fosse risultata vera, non per questo la figura morale della Martino sarebbe stata compromessa, anzi avrebbe avuto diritto ad un’ammirazione maggiore perché avrebbe saputo resistere alle inevitabili tentazioni; avrebbe, come suol dirsi, superata la prova del fuoco mantenendosi casta e pura in un ambiente di corruzione in cui, per necessità, doveva vivere.
Angelo Lombardo, al contrario, viene descritto come un giovane dedito al vino, con un debole speciale per le donne. Affermano ciò tutti i testimoni e lo stesso suo padre Gennaro, il quale lo definisce “avventuroso” ed accenna ad una condanna per adulterio riportata dal figlio. Ma nei rapporti con la Martino ha dimostrato di avere un animo malvagio perché, a parte le lusinghe, il tradimento e l’abbandono del proprio figlio, quando suo padre lo rimproverava per le relazioni con Maddalena, non ebbe ritegno di rispondere che non era il caso di preoccuparsi perché era una pubblica prostituta ed ogni volta che se ne era servito, l’aveva pagata.
Ma, secondo i testimoni che si susseguono al banco, Angelo andò anche oltre in questa infame calunnia in quanto, mentre era in corso d’istruzione il procedimento per violenza carnale a suo carico, andò in cerca di testimoni falsi promettendo loro mille lire se avessero deposto che anch’essi avevano goduto i favori di Maddalena.
Proprio una brutta storia, ma adesso per la Corte è il momento di riordinare le idee ed emettere la sentenza.
Giustizia ed umanità esigono che la sorte della imputata sia vagliata con grande benignità in relazione ai precedenti di fatto, alla causale ed al momento in cui il reato venne commesso. Questa è la premessa che fa il Presidente della Corte, che continua: questa benignità però non può giungere al punto di contorcere la legge escludendo completamente la responsabilità per vizio totale di mente, come aveva chiesto la difesa. Facendo ciò si verrebbe a riconoscere nel privato cittadino con la piena capacità d’intendere e di volere, il diritto di uccidere il proprio simile, il che la vigente legge penale espressamente vieta, tranne che non ricorra il caso di legittima difesa.
Indubbiamente Maddalena Martino ferì in un momento di grande eccitazione determinata dal vedere che l’uomo a cui tutto ella aveva dato, aveva sposato un’altra ragazza. Se ciò non può revocarsi in dubbio, ne consegue che fu la passione che la spinse ad agire e quindi non può godere del beneficio della semi infermità mentale.
Ma, comunque, è certo che la sua responsabilità va di molto attenuata.
E qui la Corte cala una carta a sorpresa: devesi ritenere che trattasi di omicidio preterintenzionale perché, data la fulmineità del colpo, la instabilità del bersaglio, la poca fermezza della mano che impugnava l’arma sia per la grande emozione da cui in quel momento l’imputata era pervasa, sia per la debolezza insita nella natura delle donne, nonché l’eventualità, quasi certa, di essere trattenuta o di ferire qualche altro dei numerosi presenti alla scena, devesi escludere che abbia voluto la soppressione del Lombardo, anche perché le sarebbe stato impossibile, per le circostanze peculiari del momento, indirizzare il colpo ad un organo vitale. Ella, invece, volle dare una lezione al vile traditore e nel contempo mettere in guardia la novella sposa sulla malvagità dell’uomo che aveva scelto a compagno della sua vita e se il destino ha voluto conseguenze più gravi, non può, né deve risponderne l’imputata.
Dopo questa, nuova, ricostruzione del momento topico, è logico concederle l’attenuante della provocazione e l’attenuante di avere agito per motivi di alto valore morale, volendo difendere l’onore suo e quello di suo figlio.
Maddalena Martino viene dichiarata colpevole e, fatti tutti i calcoli, la pena viene determinata in 4 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione, più pene accessorie. Ma Maddalena può godere dell’ultimo indulto emanato e le vengono condonati 3 anni della pena.[1]
È il 31 gennaio 1933 e Maddalena Martino deve ancora scontare, per tornare in libertà, 5 mesi e 21 giorni di reclusione.




[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.